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Psicoanalisi e saggezza popolare

saggio10-150x150A volte i sogni sono proprio simpatici e penso che Freud abbia fatto benissimo a volerli interpretare. Voglio dire che non è affascinante solo la loro profondità, il fatto che abbiano radici in quell’inconscio che tanto ci condiziona, ma anche la genialità che riescono ad esprimere. E’ possibile che sia merito proprio della libertà morale di cui gode quella parte della psiche che è meno condizionata dal Super Io. Leggete questo sogno, per esempio.

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Il masochismo sociale: l’esempio dei gay in Brasile

BoysWillBeBoys2005Leggo una notizia battuta dall’ANSA di San Paolo due giorni fa, ma la leggo con la lente dello psicoanalista. Dunque, secondo quanto scrive l’agenzia “Il 47% delle circa 60 mila coppie gay brasiliane si dichiarano cattolici praticanti”. La notizia viene dal primo censimento realizzato dall’Istituto brasiliano di statistica (Ibge). “E’ un dato abbastanza sorprendente se si pensa che la maggioranza delle coppie eterosessuali conviventi si dichiara atea”, ha commentato Leonardo Queiroz Athias, presidente dell’Ibge.”

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Lo Psicomos

Psicomos deriva dai due termini greci “psyche” e “mosis” (ricerca).
Il nome però è nato dopo l’idea, dopo l’esperienza.
Prima abbiamo sentito l’esigenza di creare uno strumento che completasse, con riferimenti teorici, il lavoro sullo psicodramma analitico integrato, che gli allievi svolgono nel secondo biennio della scuola. Poi si è ricorsi alla promessa di un premio-scambio, per vincere le resistenze dei piu’, diciamo, conservatori.

Infine si è pensato al nome.
Il nome è nato in modo “democratico”, collegiale, durante un gruppo in attesa di riprendere le sessioni, cioè in quel limbo in cui le resistenze sono ancora forti ma si vorrebbe che non esistessero. Si vuol fare “qualcosa” ma non ci si butta, un pò come succede a chi vuol fare il primo bagno della stagione ma teme che l’acqua sia ancora troppo fredda; allora, o il conduttore propone un esercizio di riscaldamento, e si è autorizzati a sbuffare prima dell’impegno, oppure si trova un argomento piu’ lontano possibile dall’inconscio.
Così in questa pace mentale è nata un’idea senza nome. Subito ne abbiamo preso uno in prestito, ma non ci sembrava giusto, soprattutto perchè quello era di un’altra storia, aveva altre origini, altri obiettivi e altri contesti; poi ci siamo impegnati a trovarne uno originale, piu’ adatto alla nostra opera.
come accade spesso, arrivare ad una mera definizione di un’idea, di un concetto o di un termine ha la conseguenza di tralasciare le infinite possibilità d’espressione e applicazione che questi racchiudono.
Riuscireste a definire in maniera enciclopedica un dipinto o una sinfonia, senza rischiare di perdere di vista l’universo di emozioni che questi riescono a spalancare in noi ?

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L’oggetto transizionale

E’ questo il terzo pezzo dell’articolo che riassume l’opera di Winnicott. L’idea di oggetto transizionale, primo passo per la conoscenza e il controllo dello spazio esterno alla madre, è particolarmente utile nello psicodramma “giocato” con la modalità psicoanalitica. Lo psicodramma analitico infatti è un gioco in cui i ruoli assumono l’importanza del soggetto, dell’oggetto e della relazione tra essi a seconda delle associazioni del protagonista, e che questi può rivivere in modi differenti da quelli che gli hanno provocato sofferenze intollerabili o conflitti squilibranti e che può rielaborare con gli strumenti emotivi e cognitivi della condizione adulta.

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Il primo psicodramma analitico di coppia: gioca il marito

Quando si sono rivolti al mio studio di psicoanalisi, lei era decisa ad avere un figlio, mentre lui era assolutamente spaventato all’idea, ma non l’avrebbe mai ammesso in questi termini, e trovava cento motivazioni logiche per rimandare all’infinito.
Come sappiamo, entrambi erano all’oscuro del metodo dello psicodramma analitico, ma la fiducia nella persona dello psicanalista, e l’urgenza di risolvere i conflitti di coppia, aveva loro permesso di non fermarsi su questo dettaglio, La corda era molto tesa, come si suol dire, ma nessuno dei due si accorgeva che la tensione era data soprattutto dal desiderio sadico e masochistico di entrambi. E cioè che entrambi si erano trovati d’accordo nell’utilizzare questo argomento per tormentare l’altro e per ricevere in cambio massicce dosi di aggressività.
Lei aveva anche cercato di trasformare in gioco sessuale parte della sofferenza che la tormentava, e si era messa con impegno a cercare di convincerlo a seguirla.
Lui però si era spaventato, smarrito, temeva di perdere il controllo, di percorrere strade senza meta, di svelare zone d’ombra della psiche di cui nemmeno lui aveva vera conoscenza.
E così era di nuovo la relazione concreta, il rapporto affettivo di tutti i giorni, la loro vita sessuale, a subire le conseguenze di questa ennesima repressione.
L’obiettivo dello psicodramma analitico era quello di portare alla coscienza di ciascuno l’intrigo psichico, il conflitto che abbiamo provato a chiarire in questo quadro. rivivendo insieme le loro esperienze infantili e proiettandole nel presente, per far sì che si rendessero conto che, pur partendo da queste, avrebbero potuto cercare parti sane della loro personalità su cui ricostruire un rapporto più sereno.
Nella sessione che descriveremo brevemente in questo articolo l’accento è messo sui messaggi che la psiche manda automaticamente attraverso il corpo, soprattutto per due motivi:
perché sono stati i più comprensibili anche per loro;
perché, trattandosi di messaggi del subconscio e dell’inconscio, sono molto più veri e diretti, quindi più chiari anche per lo psicanalista.
Sono stati quelli che ci hanno permesso di dimostrare l’importanza dell’inconscio e di ottenere la massima collaborazione possibile per lo svolgimento delle sessioni di psicodramma analitico successive.
Dire a due persone che la loro relazione ricalca gli schemi lungamente visti nella famiglia d’origine è abbastanza semplice; spiegare loro che quegli schemi sono stati automaticamente interiorizzati, ripetuti e presi come propri,  è ancora piuttosto fattibile, soprattutto oggi, dopo la scoperta dei neuroni specchio; incominciare a convincerle che hanno meccanismi inconsci che continuano ad agire come se esistessero ancora le condizioni originarie di adattamento, che le obbligano ad andare contro le proprie pulsioni, a censurarle, a sacrificarle, a scegliere la strada di una vita sofferente, beh, questo non è per niente facile in tempi brevi.
Bisogna passare dalla sollecitazione prettamente cognitiva a quella emotiva. Bisogna chiedere alle persone di gettare un immaginario ponte tra ciò che ognuno può comprendere, come uno schema riferibile a chiunque, e ciò che si riferisce alla propria esperienza affettivo-emotiva, quindi a ciò che solo loro, i protagonisti, possono veramente capire. Non è facile e c’è bisogno, come sappiamo, di un lungo cammino fatto di aperture e di chiusure,  di vissuti transferali, di conquiste e di ricadute, di prese di coscienza, di nuove rimozioni, di negazioni, eccetera.
Ma osservare che i loro corpi sono distanti, che sono di fronte come se stessero per combattersi; che il tono della loro voce è aspro e aggressivo; che gli occhi hanno un’espressione cruda; che i gesti sono quelli di chi allontana, o di chi seduce e cerca di manipolare, eccetera, beh, questo è decisamente più semplice e si hanno molte più probabilità di essere seguiti, nonostante le resistenze. Soprattutto se si hanno a disposizione le varie tecniche che offre lo psicodramma analitico: dal rispecchiamento, al doppiaggio, alla moltiplicazione, all’inversione di ruolo, alla scultura, eccetera
Dopo queste prime osservazioni, e dopo la ripetuta raccomandazione che ognuno impari ad osservare solo se stesso, si può passare più agevolmente a chiarire di volta in volta che tipo di resistenza viene utilizzata in un certo frangente e il presumibile motivo.
Così è successo con Mirella e Renato.
Renato.
Il primo rispecchiamento l’ho suggerito a Renato, mentre rinfacciava alla moglie di accoglierlo, quando tornava dal lavoro, in modo contraddittorio, con un mezzo sorriso e tanta aggressività, con osservazioni e domande veramente “straccia-attributi”, insomma, era offeso per quel tormentone che ogni sera lui “era costretto” a subire.
“Costretto” era l’attributo chiave, quello che conteneva il suo adattamento al primo ambiente, la sua coazione a ripetere. Volevo che si rendesse conto da che cosa fosse costretto, che cosa c’era di suo, d’intimamente suo, oltre al legame con lei.
Quando l’Io-ausiliario ha riprodotto la scena, mettendo l’accento sulla sua componente “vittima”, in qualche modo passivo e strapazzato suo malgrado, Renato ha avuto un sussulto e le ha inveito: <sei pari pari mia sorella>
Da questa frase è iniziata la scena associativa tra lui e la sorella vera, una scena riferita ai  suoi 8 anni, quando la sorella ne aveva 13.
La mamma era uscita, lui ricorda quanto volesse giocare con la sorella, a cui era molto attaccato. Lei aveva proposto di fare un film d’avventura, dove lui era un principino e lei il pirata.
Subito era stata premurosa, lo aveva vestito mettendogli addosso un bel foulard azzurro e una collana d’oro della mamma, poi gli aveva costruito un cappello rosso con un anello davanti e gli aveva detto che la sua nave era pronta con il suo carico di preziosi. La nave in verità era un vecchio divano di ferro, tenuto in cantina. Renato ricordava la canzoncina che cantava insieme alla sorella mentre si sentiva un vero principino a bordo della nave reale: era la sigla di un cartone animato che vedevano sempre insieme. Ad un certo punto la nave era stata attaccata da cattivissimi pirati, cioè dalla sorella, che dopo lunga lotta avevano catturato il principino per chiedere poi un riscatto alla regina madre. Il principino venne legato, stretto perché non scappasse, con diverse corde, quindi torturato, diciamo pizzicato e graffiato, con strumenti vari, poi nascosto sotto un telo nero per non farlo trovare: avrebbe dovuto essere un gioco, anche le torture avrebbero dovuto essere uno scherzo, ma la sorella non riuscì a mantenere sempre il controllo, e finì per procurargli vere ferite. Quando la mamma tornò a casa, la sorella, vergognandosi di quello che aveva fatto, disse che non sapeva dove fosse  Renato, che lo aveva perso di vista da una buona ora. Panico della mamma che si è messa a telefonare a vicini e parenti, fino alla decisione di chiamare la polizia. A quel punto la sorella, ancora più spaventata, era corsa in cantina ad avvisare il fratello di non fiatare, di restare nascosto in silenzio perché la mamma si era molto arrabbiata per il loro gioco. E se ne era tornata via promettendo che sarebbe tornata presto a prenderlo, se lui fosse stato in silenzio.
Renato era già in un silenzio volontario, un silenzio quasi abituale, tante volte doveva essere stato vissuto. Un silenzio fatto di terrore, di dolore e di fiducia. Nel giocare quella scena psicodrammatica, in cui era legato, in cantina, al buio, ripeteva, con gli occhi gonfi di lacrime e la  voce monotona: <adesso vedrai che Robby ritorna  e mi abbraccia forte forte, ritorna, ritorna, ritorna..>  Non ricordava quanto tempo fosse passato, ma solo che difese aveva messo in atto per resistere: le fantasie che arrivasse il suo esercito, quello del principino, oppure una bella principessa come nelle favole che gli raccontava la mamma, o semplicemente la sorella buona che aveva cacciato via quella cattiva. E ricordava le ferite che gli bruciavano e che non poteva curarsi. Ma restò in silenzio, ubbidiente, finché non vennero a liberarlo.
Era notte: aveva freddo, fame, dolore e sonno, ma ricordava ancora la sua sorellona, “poverina”, che piangeva spaventata e continuava a ripetere che non c’entrava niente, che non era colpa sua.
Questo era stato il particolare più significativo, tanto dell’episodio infantile, quanto della sessione di psicodramma: la difesa che Renato stesso aveva fatto della sorella, cercando di convincere la mamma prima, e l’analista poi, che si era fatto male da solo e che la sorella non c’entrava niente.
Volle ripetere scene simili più volte, negli psicodrammi, dopo che gli avevo messo il sospetto che qualcosa non funzionava secondo logica nel suo racconto e che forse aveva cercato di utilizzare Mirella per sopportare quella prima parte della vita, per tentare di modificarla risolvendo gli enigmi che si era portato dentro. Primo fra tutti, il desiderio di amare la più piccola delle due femmine che aveva trovato in casa, di capire perché quella, invece, lo trattasse a volte con aggressività, a volte con tenerezza, a volte con timore, insomma perché lui stesso avesse tanta confusione rispetto alla relazione con la sorella e perché l’avesse trasferita su Mirella.
Quando si sono rivolti al mio studio di psicoanalisi, lei era decisa ad avere un figlio, mentre lui era assolutamente spaventato all’idea, ma non l’avrebbe mai ammesso in questi termini, e trovava cento motivazioni logiche per rimandare all’infinito.

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Una sessione di Psicanalisi di coppia

Presentazione
Quando sono entrato nello studio e ho visto solo lui, seduto sul divanetto di fronte, ho provato un pizzico di delusione. Non è difficile che dopo le sedute di psicodiagnosi uno dei due partner rinunci a proseguire, con la tipica idea, resistenza, che sia l’altro ad averne bisogno. Di solito, veramente, chi resta è la donna, ma evidentemente mi trovavo davanti a un’eccezione. Cosa potevo farci, quando un soggetto non si presenta le nostre capacità sono annullate. Ho pensato che ancora una volta avrei dovuto essere pronto a cambiare programma,  e mi sono diretto verso il paziente.
Quello ha lasciato che mi avvicinassi, si è alzato e ha fatto un passo, poi, invece di porgermi la mano destra, ha allargato il braccio sinistro invitandomi a guardare dietro di me.
Lei, Mirella, era in piedi, nell’angolo di fianco alla porta, nascosta dalla penombra, nell’attesa sicura di chi è avvezza al ruolo. Devo dire che anche nelle tre sedute precedenti aveva seguito un cliché simile, anche se con modalità diverse: si metteva nella posizione psicologica di chi non c’è, o non c’entra, salvo poi riuscire sempre ad avere l’ultima parola. Questa volta però aveva osato di più, si era proprio nascosta bene, fino a farmi temere per un attimo che avesse rinunciato,  che non avrebbe continuato a venire. Naturalmente non gliel’ho detto, però credo che lei sia stata così attenta ai miei movimenti da provare il piacere, atteso, che io avessi questo tipo di sentimento (più avanti vedremo perché).
La sua stretta di mano la conoscevo già: tanto era sofferente lei, nell’aspetto, tanto era secco e sudato quel suo primo formale contatto.
Dunque s’erano messi ai lati opposti dello studio, quattro o cinque metri uno dall’altro ed era la prima volta che lo facevano: la prima volta, in occasione della prima sessione programmata per lo psicodramma.
Nell’interpretazione più positiva, erano così pronti al lavoro che mi avevano portato l’immagine della loro relazione attuale, così da evitare i preliminari. Questo tipo di relazione, come vedremo più avanti era frutto degli schemi delle rispettive famiglie d’origine.
Ma non mi nascondevo il fatto che quell’atmosfera fosse anche di grande paura, quindi di difesa, e che avrei dovuto rasserenarli un po’.
Mi voltai a salutare lui, Renato, che per professione si era abituato ad una stretta di mano decisa, e con gli altri riusciva a nascondere abbastanza il suo stato conflittuale.
Le storie di Mirella e Renato s’erano incrociate  quasi perfettamente con le loro diversità.
Lei introversa estrovertita;
Lui estroverso introvertito;
Lei primogenita, con un fratellino di tre anni più piccolo;
lui secondogenito, con una sorella più grande di cinque anni.
Entrambi avevano avuto i padri-fantasmi, oltretutto impegnati per lavoro, fuori casa più giorni alla settimana. Dai rispettivi racconti mi ero fatto l’idea che quell’impegno se lo fossero cercato, come si cerca una boccata d’ossigeno affettivo, una ribellione silenziosa e legale rispetto alla dipendenza  dalle mogli, evidentemente viste come madri,  in modo prevalente.
Questo aspetto comune, però, aveva prodotto in Mirella e Renato conseguenze opposte.
Lui non aveva potuto misurarsi con l’Uomo, amico e avversario , l’Uomo capace sia d’incentivare i suoi impulsi migliori e di capirli, sia di contenere i suoi istinti aggressivi, e aveva dovuto diventare la guida e l’avversario di se stesso, sopperendo con la fantasia alla mancata presenza reale. E sappiamo come la fantasia abbia confini molto più labili e come porti ad esagerare sia il ruolo del vincitore, sia quello del perdente, esasperando il conflitto tra le due istanze; aggiungo che il padre aveva un atteggiamento regressivo verso la moglie, tanto da risultarne sottomesso come un figlio aggiunto, forse un figlio ancora più piccolo e più impotente.
Lei si era ritrovata con un fratellino, Renzo, proprio nell’età in cui avrebbe dovuto godersi il contatto col padre e si era adattata a convivere con quell’intruso, tra l’altro smaccatamente preferito dalla madre, che lo chiamava Re, anzi, “il mio Re”, come diminutivo. In altre parole, nel momento giusto aveva conosciuto il maschio sbagliato, non quello su cui avrebbe potuto riversare il proprio amore ma quello verso cui provava il desiderio aggressivo di eliminazione; un desiderio che però non poteva agire, che le rimandava  contemporaneamente  sensi di colpa, impotenza e sentimenti di protezione.
Il maschio era per lei l’oggetto quasi misterioso, il Re autentico da amare però solo fantasticamente, e insieme l’oggetto da rifiutare. Nel suo racconto, i sentimenti più evidenti che ammetteva di avere verso il maschio adulto, il padre, erano: il rancore di chi si è sentita abbandonata, e contemporaneamente, la fantasia esagerata di essere comunque la sua preferita.
Entrambe le madri erano bisognose, ma rifiutanti, anche se in modo diverso.
Renato era rimasto “in balia” delle due femmine: inglobato, vezzeggiato e viziato da una  madre possessiva all’eccesso, poi strapazzato conflittualmente dalla sorella, la sua Robby, che “senza volere”, ogni tanto agiva le sue fantasie aggressive e lo segnava con qualche ferita (quando ancora era nella culla l’aveva più volte graffiato in varie parti del corpo, incurante delle sgridate “isteriche” della madre, e più tardi gli aveva procurato incidenti di ogni tipo: mai gravi, spesso per sola fortuna, ma costanti); era cresciuto con l’idea d’essere al centro del mondo, nel bene nel male: ne era molto spaventato, ma per tendenza e per difesa era spavaldo.
Mirella si era trovata espulsa dalla diade madre-fratello ed era furiosa per questo, ma contemporaneamente agiva la coazione di dover vivere ai margini del mondo (così si era presentata nel mio studio).  il suo corpo non riusciva a nascondere la rabbia che la divorava ancora, ma mostrava con altrettanta forza il dolore (piangeva spesso, anche in modo molto toccante) e lasciava trapelare l’espressione rassegnata tipica della vittima. In Renato aveva visto tutto il suo mondo regressivo: l’incassatore capace di prendersi secchiate di rabbia e nugoli di frecciate velenose, ma anche il premuroso protettore, che s’identificava con la vittima e ne evitava la morte.
Renato cercava protezione e insieme la rifiutava, avendo come coazione l’ordine di dover far tutto da solo, immerso in un melmoso, appiccicaticcio composto di miele e fiele. In Mirella aveva trovato l’illusoria soluzione dei suoi tormenti: permettendole di colpirlo trasformava il rancore di lei in tenerezza (riparatoria); giocando il ruolo di protettore riusciva a identificarsi nel capo famiglia che gli era mancato: così poteva  realizzare fantasticamente tre desideri: poteva godere il sogno edipico, controllare la soffocante morsa della madre e dominare la confusione patologica della sorella.
come-capire-se-la-coppia--in-crisi
Presentazione

Quando sono entrato nello studio e ho visto solo lui, seduto sul divanetto di fronte, ho provato un pizzico di delusione. Non è difficile che dopo le sedute di psicodiagnosi uno dei due partner rinunci a proseguire, con la tipica idea, resistenza, che sia l’altro ad averne bisogno. Di solito, veramente, chi resta è la donna, ma evidentemente mi trovavo davanti a un’eccezione. Cosa potevo farci, quando un soggetto non si presenta le nostre capacità sono annullate. Ho pensato che ancora una volta avrei dovuto essere pronto a cambiare programma,  e mi sono diretto verso il paziente.

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Esiste la prova dell’influenza dell’inconscio?

Esiste la prova dell’influenza dell’inconscio sull’essere umano?
Partiamo dal cognitivismo. Ritengo che se i vari Chomsky, Gibson, Neisser e gli altri psicologi cognitivisti, fossero stati dei pubblicitari, invece che dei docenti universitari a reddito fisso, con molte probabilità sarebbero falliti.
Naturalmente riconosco il valore del loro lavoro sui processi del pensiero e del linguaggio cosciente, ma non posso far notare come abbiano incredibilmente, ripeto incredibilmente, ignorato l’influenza dell’inconscio. Non posso sapere se nel segreto dei loro studi ne percepissero l’esistenza e l’importanza, credo di no, in ogni caso, non hanno detto che l’inconscio è forse l’elemento più importante del sistema psichico-mentale. Non hanno mai detto che forse sì, poteva anche essere come diceva Freud, ma che loro non erano interessati all’argomento semplicemente perché impegnati in ricerche appartenenti ad un settore diverso, per loro più interessante. (io direi più adatto alla loro personalità) No, hanno invece preteso che la psicologia facesse a meno di una componente basilare come la memoria che nasconde il materiale dinamico ingestito. L’hanno preteso da docenti universitari. Hanno passato nelle università, quindi a migliaia di futuri psicologi, l’idea che non ci sia bisogno di scavare alle radici di un psico-sintomo per guarirlo, anzi che non bisogna proprio farlo. E migliaia di psicologi , sicuramente la maggioranza, ne sono tuttora convinti e si comportano con la medesima sicumera. Ne è nata una divisione assurda , degna di due tifoserie sportive, piuttosto che di un mondo scientifico.
Il colmo di questa mancanza è che ci tocca guardare ad un mondo molto più superficiale, per spiegare a chi lo ignora quanto sia decisivo l’inconscio nel comportamento umano.
L’inconscio infatti è un elemento che i pubblicitari , si proprio loro, conoscono abbastanza da cercare di usarlo anche al limite di ciò che permettono le leggi. La legge nasce spesso per prevenire il ripetersi di danni provocati alla comunità e così è stato per questa che ha vietato l’uso di messaggi troppo veloci da essere fermati dalla coscienza.
Un buon pubblicitario sa che gli umani possono essere condizionati in due modi: un modo passa dalla coscienza, l’altro dal preconscio e dall’inconscio. La pubblicità che cerca d’influenzare il preconscio o l’inconscio l’hanno chiamata subliminale ed è stata vietata proprio perché non permette una scelta consapevole e “obbliga” il soggetto ad acquistare il prodotto che l’inconscio “sceglie” sulla base di bisogni primari che sfuggono alla selezione della coscienza.
Lo sanno loro, i pubblicitari, e prima di loro lo sapevano gli psicoanalisti, e prima lo sapeva Charcot e lo sapevano i suoi allievi. Ma se io oggi chiedo ad un giovane psicologo/a, come spesso mi capita di fare, quali sono le prove dell’influenza dell’inconscio sull’essere umano, o semplicemente per quale motivo Freud ha abbandonato l’ipnosi ed è arrivato al metodo psicoanalitico, quasi sempre ricevo come risposta un meravigliato silenzio, oppure che Freud ha smesso perché ha capito di essere un pessimo ipnotista.
Dopo 5 anni di università, facoltà di psicologia, salute!
Esiste la prova dell’influenza dell’inconscio sull’essere umano?

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Il primo psicodramma analitico di coppia: gioca il marito

Quando si sono rivolti al mio studio di psicoanalisi, lei era decisa ad avere un figlio, mentre lui era assolutamente spaventato all’idea, ma non l’avrebbe mai ammesso in questi termini, e trovava cento motivazioni logiche per rimandare all’infinito.

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La lettura psicologica del corpo: la bocca

Le mascelle e la bocca. Se è vero che tutte le parti del corpo sono collegate, mascelle e bocca lo sono ancora di più, tanto che se un’espressione emotiva fosse trattenuta da una sarebbe certamente rivelata dall’altra.

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Gli occhi, nella lettura psicologica del corpo

 

Gli occhi. Sono la parte più espressiva del viso, la più direttamente collegata alla psiche, sia per la loro vicinanza fisica al cervello, sia per la loro trasparenza, sia perché incaricati di portare la maggior parte d’informazioni.

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